Nel fine settimana di sabato 8 e domenica 9 febbraio, Scenario Pubblico ha ospitato uno spettacolo della compagnia Of Curious Nature. Sul palco, otto talentuosi interpreti: Wan-Yun Chen, Jed Nagales, Tiago Reis, Daniel Sabia, Pere Sansaloni Servera, Lys Cabral Sampietro, Carolina Verra e Kossi Sebastien Aholou-Wokawui.
L’ALBA, IL RISVEGLIO DELLA VITA
Kossi Sebastien Aholou-Wokawui, è anche l’autore di Ezan-Kélé, la performance che ha aperto la serata, divisa, infatti, in due parti. Il titolo, che significa “Alba” in Ewe, si ispira ai ricordi dell’autore dei movimenti notturni e mattutini nelle zone rurali del Togo, rappresentando il momento che precede l’alba, uno stato di transizione tra sogno e veglia.
L’opera fonde il linguaggio contemporaneo con quello della danza tradizionale dell’Africa occidentale. Ne risulta una danza afro contemporanea che si sviluppa attraverso movimenti dinamici, radicati nel suolo, in cui il corpo trae energia dalla terra per poi restituirla in ogni movimento.

Nella penombra, si intravede un danzatore illuminato da una luce fievole e fredda: sono gli ultimi raggi lunari di una notte che sta per finire. Il suo corpo si muove in modo frammentato, con grande leggerezza. Si guarda, poi osserva ciò che lo circonda, per poi tornare a seguire i suoi movimenti. È come se fosse sorpreso e spaventato dai cambiamenti improvvisi nella dinamica e nell’equilibrio del suo corpo. Si muove occupando lo spazio in una spirale continua, perdendo costantemente la propria stabilità.
Altre figure, avvolte in pesanti coperte colorate, lo circondano in una camminata circolare. Quando si spogliano di queste coperte, abbandonano la camminata lenta e costante per dare inizio a una danza libera. Ogni movimento evoca una connessione profonda con la natura e con l’ignoto. Nel buio, i danzatori, spogliati di quelle cortecce di lana, si trasformano in animali. Il rapporto con la terra si concretizza. I danzatori allora si cercano costantemente con gli occhi, creando un’atmosfera rituale, accompagnata da una musica intensa e sincopata.
La luce diventa rossa, segnalando l’arrivo dell’alba. I danzatori abbandonano il palco camminando all’indietro e guardando il pubblico: un invito a guardare cosa accadrà dopo.
Un danzatore seminudo, illuminato dal raggio di un fascio di luce caldo, prende lentamente la scena. Il sole sta sorgendo. I movimenti tribali, accompagnati da tamburi dalla musica terrena, creano un contrasto con la fluidità dei suoi movimenti. Il suo sorriso, tanto personale quanto comunicativo, e i suoi movimenti sono un inno alla vita e alla nuova giornata che sta per iniziare. Alla fine, anche sulle spalle del danzatore viene messa una coperta. Tutti escono dalla scena, camminando lentamente verso il nuovo giorno.
LA FORZA DELLE TRADIZIONI
Ezan-Kélé di Aholou-Wokawui si distingue per la sua coerenza stilistica e per un legame profondo con la cultura e i significati che esplora, ma che tuttavia non sembrano essere totalmente digeriti dai corpi dei danzatori.
La fusione di danza tradizionale e contemporanea, d’altra parte, riesce a creare un linguaggio corporeo potente e diretto. La performance si sviluppa in modo fluido e coerente, come un racconto che, pur nella sua semplicità, riesce a evocare emozioni e significative.

SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE
Dopo una breve pausa, la serata prosegue con la creazione principale.
Il coreografo austriaco Helge Letonja ha fondato nel 1996 lo steptext dance project e nel 2003 il centro per la danza contemporanea Schwankhalle, di cui è Direttore Artistico. Dal 2019 dirige anche la compagnia Of Curious Nature per cui ha creato nel 2023 A Late Summer Night’s Dream. Ispirandosi all’omonima opera teatrale di William Shakespeare, Letonja sceglie di mantenere solo alcuni dettagli, semplificando la complessa trama originale, concentrandosi maggiormente sulle dinamiche psicologiche e emozionali dei personaggi.
La vicenda inizia in medias res: una pioggia di luce disegna un cerchio sul pavimento, al centro del quale si trova una figura misteriosa, apparentemente rinchiusa in una prigione di solitudine. Questo personaggio si rivelerà essere ispirato a Puck, creatura magica e uno degli attanti principali dell’opera shakespeariana. In lentezza egli si muove con gesti che trasmettono un profondo senso di costrizione, come se fosse schiacciato da quelle pareti di luce. Alla fine, riuscirà a sfuggire da esse, scomparendo nell’oscurità.
La scena si apre così su un gruppo di ragazzi, immersi in una discussione riguardo a un incidente appena accaduto. La scenografia, semplice ed essenziale, arricchita da un’installazione di rami colorati nell’angolo destro del fondale, evoca l’atmosfera di un bosco. Una ragazza giace a terra, voltata di spalle al pubblico, mentre si contorce lentamente in preda al dolore. Gli altri la circondano, comunicando tra loro attraverso gesti descrittivi, chiari e carichi di intensa espressività. Questa scena rappresenta un chiaro esempio della scelta stilistica che Letonja adotta per gran parte della sua produzione, legata ad un uso spiccato della gestualità.
In una notte d’estate, persi in un bosco misterioso, i ragazzi si disperderanno, intraprendendo un viaggio che sarà tanto personale quanto collettivo. Nell’oscurità, alcuni giovani si smarriscono tra le paure di quel bosco e gli incubi personali, altri si abbandonano alla propria curiosità, esplorando ciò che li circonda. È in questo momento che Puck fa il suo ingresso. Nella penombra, osserva, segue i loro movimenti, li imita e cerca di prevederli. Lentamente si avvicina, sussurrando loro parole misteriose.

LA DIMENSIONE DIONISIACA
I danzatori iniziano così a comportarsi in modo strano. Come sotto l’effetto di sostanze allucinogene, i loro movimenti diventano incontrollati, marionette di quell’essere magico divertito nel giocare con loro. La loro inibizione svanisce, dando spazio al caos interiore e all’ istinto primordiale. I corpi si disarticolano, frammentati da un’instabilità percettiva: non riescono a rimanere in equilibrio, sbilanciati in una continua oscillazione, una spirale che li fa sembrare “fuori orbita“. È un viaggio psichedelico che li porterà lentamente alla follia.
Il pubblico e Puck assistono al lento disfacimento dei loro corpi bellissimi, che si contorcono in movimenti convulsi, tremori e ossessioni, intrappolati in visioni terribili che sembrano prendere forma. Gli incubi si materializzano, e i danzatori sembrano incapaci di muoversi senza quei sussurri misteriosi che li sospingono, in un ciclo dal quale non riescono a sfuggire.
Il folletto viene così idolatrato, sollevato e proclamato padrone di quel mondo dionisiaco. Dall’essere solo e condannato alla solitudine, Puck diventa il centro di un fervente rituale di celebrazione, dove balli compulsivi si intrecciano a una musica incalzante, carica di pathos. Un crescendo che però giungerà presto al suo culmine.
IL RITORNO DEL SOLE
Dal soffitto scende un groviglio di rami. Il danzatore che interpreta Puck, con tutta la sua rabbia, fa oscillare l’insieme, forse come un ultimo tentativo di contrastare l’inesorabile scorrere del tempo. Ma la luce sul palco cambia, diventando più calda. La notte sta finendo, e con essa, tutti gli incubi che l’avevano popolata.
Il sole sta sorgendo. I danzatori, lentamente, emergono dal torpore che li aveva trasformati in figure simili a alberi, trovando gradualmente la lucidità e la ragione. Con il sostegno reciproco, riabbracciano la vita apollinea.
Puck, però, torna ad essere imprigionato nella sua pioggia di luce fredda, condannato di nuovo alla solitudine.

Foto di Laurent Schneegans
UNA CREAZIONE CONTROVERSA
A Late Summer Night’s Dream di Helge Letonja, si distingue per un’interpretazione audace dell’opera shakespeariana, ma non senza alcune problematicità che ne limitano l’efficacia complessiva. Sebbene il lavoro si caratterizzi per scelte stilistiche autoriali, non sempre queste riescono ad essere eloquenti. Uno degli aspetti più complessi è la ritmicità della narrazione che, suddivisa in quadri, risulta talvolta macchinosa. Aspetto, questo, che inevitabilmente si proietta sulla struttura coreografica.
Mancano anche dei momenti in cui il pubblico possa immergersi nella scena e immedesimarsi nei personaggi. Al contrario, è tutto un continuo muoversi alternato a tableaux vivants, soffocati dal rapido cambio di scena.
LA PANTOMIMA E LA TEATRALIZZAZIONE
I danzatori sono chiamati a eseguire movimenti eccessivamente espressivi e didascalici. Una delle scelte stilistiche più evidenti di Letonja in A Late Summer Night’s Dream è, infatti, l’uso di codici pantomimici nelle gestualità dei danzatori. Se da un lato la teatralità mimica può arricchire la narrazione, dall’altro, come in questo caso, risulta a tratti strabordante. Il pubblico viene indirizzato troppo esplicitamente, senza la possibilità di cogliere il significato autonomamente.
Questa inclinazione verso la teatralizzazione del movimento sembra riflettere l’influenza di Letonja dalla sua formazione nel balletto classico, nella danza moderna con Alvin Ailey e Erick Hawkins, e nei lavori con Susanne Linke, come riportato nella sua biografia.
La pantomima nel balletto classico, che utilizza gesti e movimenti per raccontare senza parole, è evidentemente presente.
Ailey, noto per la fusione del linguaggio fisico afroamericano e il dramma emotivo, Hawkins con le sue linee fluide e la gestualità teatrale, e Linke con il suo approccio espressivo alla danza, ha sicuramente influito sul linguaggio coreografico di Letonja.
I COSTUMI, VEICOLI DI SIMBOLI
La scelta dei costumi, legata a un’estetica post-moderna, si posiziona in contrapposizione rispetto a quella degli altri segni scenici. Sarebbe stato interessante vedere i costumi evolversi in parallelo con lo sviluppo dei personaggi, dando maggiore forza visiva e simbolica alla creazione.
LA MUSICA, SPECCHIO DEL CONFLITTO INTERIORE
La musica, creata dal compositore spagnolo Miguel Marin, utilizza elementi elettro-acustici per costruire scenografie sonore immersive, relazionandosi con la danza in un continuo dialogo. I suoni, a tratti evocativi e a tratti aspri, si integrano perfettamente con la danza, sottolineando i conflitti interiori dei danzatori. La musica alterna delicatezza e forza, mettendo in luce la fragilità e la potenza dei personaggi. La composizione è, infatti, suggestiva e introspettiva, sebbene a volte un po’ dispersiva, come la coreografia.
I DANZATORI E L’INTENZIONE
La compagnia Of Curious Nature si distingue per la straordinaria coesione tra i suoi danzatori, giovani ma dotati di un talento straordinario. La loro capacità di connettersi continuamente con lo sguardo e rispondere fisicamente l’uno all’altro crea una sinergia affascinante. I danzatori esprimono una sorprendente varietà di qualità, passando con naturalezza da fluidità placida a gesti rapidi e decisi, incisivi.
Tuttavia, nonostante il grande potenziale, il loro talento viene impiegato – in questo caso specifico – in scelte coreografiche che non ne esaltano le qualità globalmente. In molte occasioni, la virtuosità e i manierismi prevalgono sulla sostanza, e i danzatori appaiono, così, impegnati in esercizi tecnicamente perfetti, ma spesso privi di pregnanza.
di Francesco Adamo
Concept, Coreografia: Helge Letonja | Assistenza coreografica, gestione della formazione: Mariko Koh | Danza: Kossi Sebastien Aholou-Wokawui, Wan-Yun Chen, Jed Nagales, Tiago Reis, Daniel Sabia, Pere Sansaloni Servera, Lys Cabral Sampietro, Carolina Verra | Consulenza drammaturgica: Anke Euler | Composizione: Miguel Marin | Design luci: Laurent Schneegans | Costumi: Nicole Reiher | Produzione dei costumi: Nicola Essig, Jenny Podehl & Dominice Steffen | Direzione tecnica: Nathaniel Johnson | Gestione: Kerstin Witges | Direzione di produzione: Henriette Koch, Médoune Seck | Ufficio stampa: Anja Michalke | Grafica: Andrea Dilzer | Foto: Marianne Menke | Film/Media: Médoune Seck






