Dal repertorio di Roberto Zappalà a una nuova materia coreografica.
È ΑΛΦΑΒΕΤ | ALPHABET ad aprire la nuova stagione di Scenario Danza Hope: un progetto coreografico a cura del Collettivo SicilyMade, composto da Simona Miraglia, Amalia Borsellino, Marta Greco e Silvia Oteri, che ha lavorato con la Compagnia Zappalà Danza 2, con il contributo di Stefano Tomassini, docente di studi di danza presso lo IUAV di Venezia.
ALPHABET nasce dalla volontà di Roberto Zappalà di favorire la trasformazione del repertorio contemporaneo in un vero e proprio bagaglio di conoscenze, uno strumento vivo a disposizione delle nuove generazioni di artisti, come si legge nella sinossi del progetto. Il lavoro ha attraversato materiali coreografici del passato per interrogarli, trasformarli e aprirli a nuove possibilità, facendone materia viva del presente.
Per l’occasione, abbiamo incontrato le coreografe per approfondire le tappe del processo creativo, le scelte artistiche e le questioni emerse durante il lavoro di trasmissione e riscrittura del repertorio.

Da cosa nasce l’idea di lavorare con il repertorio e l’archivio della Compagnia Zappalà Danza?
Amalia Borsellino: Il progetto nasce da un’idea di Roberto Zappalà, che abbiamo potuto realizzare grazie alla vittoria del bando SIAE – Per Chi Crea, dedicato alla professionalizzazione degli artisti under 35. La fase iniziale è stata dedicata alla selezione e alla ricerca d’archivio: abbiamo raccolto e visionato tutto il materiale possibile. Fin da subito, abbiamo scelto di rivolgerci agli spettacoli del passato, concentrandoci su quelli realizzati a partire dal 2011 e procedendo a ritroso nel tempo. Una scelta consapevole, nata dal desiderio di valorizzare il repertorio come patrimonio vivo e di interrogare l’archivio non soltanto come luogo di conservazione, ma come spazio da cui generare nuove possibilità creative nel presente.
Simona Miraglia: L’idea di lavorare sul repertorio di Roberto Zappalà nasce anche dal convegno Anarchivio (Catania Contemporanea FIC Fest 2024), che ha posto al centro una riflessione sul significato e sul valore della rilettura del repertorio contemporaneo. Quando un repertorio contemporaneo diventa storico? Questa domanda ci ha guidate nella scelta di spingerci il più indietro possibile nel tempo, tenendo conto della storia e il percorso della Compagnia Zappalà Danza.
Come avete scelto i frammenti da cui partire?
Amalia Borsellino: Ci siamo avvicinate al repertorio con la massima umiltà possibile, lasciandoci attraversare dalle suggestioni delle opere, alcune già conosciute, altre incontrate per la prima volta. Allo stesso tempo, cercavamo la libertà di andare oltre quell’immaginario per generare qualcosa di nuovo, costruendo una nuova materia drammaturgica e di movimento.
A guidare la selezione dei frammenti è stato soprattutto il piacere, l’attrazione che alcuni passaggi suscitavano in noi. Abbiamo stilato delle liste e individuando brevi sequenze tratte da opere diverse. Da lì abbiamo iniziato a capire ciò che potevamo estrapolare e trasformare, interrogandoci su quali elementi potessero diventare il punto di partenza di una nuova ricerca.
Simona Miraglia: Stefano Tomassini è stato molto importante nel suggerirci di adottare uno «sguardo dell’innamoramento», lasciandoci guidare dal cuore più che da un pensiero filosofico o ideologico. Lasciarsi innamorare, farsi trascinare, aprire gli occhi del cuore: è stato questo il nostro approccio alla selezione dei frammenti. Un’indicazione che ha risuonato profondamente anche con la ricerca di Zappalà, in cui il corpo è legato a una dimensione di goduria, istintività e piacere.

Come avete lavorato sui singoli frammenti?
Simona Miraglia: L’amore ci ha guidate nella scelta dei frammenti. Volevamo che ogni singolo innamoramento contenesse qualcosa che ci appartenesse, e abbiamo scelto di partire subito da un lavoro pratico con il corpo per dare forma a questa intenzione. Il corpo è stato la base della nostra ricerca: partire da elementi coreografici molto specifici e rimodellarli attraverso nuovi corpi e nuove intelligenze.
Amalia Borsellino: Abbiamo cercato modalità specifiche per lavorare su ciascun frammento, partendo dall’universale per arrivare al particolare. Il corpo è stato il punto di partenza della ricerca, senza tuttavia tralasciare la drammaturgia del pezzo e del momento scelto. Da questo intreccio sono emerse nuove modalità di approccio e di lavoro sul materiale coreografico.
Come si è sviluppata la drammaturgia?
Amalia Borsellino: La drammaturgia ha preso forma spontaneamente, senza essere definita a priori, emergendo direttamente dalle pratiche di movimento. È diventata il filo conduttore capace di tenere insieme i diversi frammenti, suggerendone progressivamente l’ordine e costruendo tra loro una continuità.
Simona Miraglia: Ogni frammento ci ha suggerito una pratica specifica, a partire da ciò che ci aveva fatto innamorare, guidandoci nella sua rilettura e trasformazione. Abbiamo lavorato sulla sensibilità, sul peso, sulla materia e sulle qualità del corpo, esplorando le possibilità di trasformazione del materiale coreografico.

Quanto è stato importante il lavoro con i danzatori?
Amalia Borsellino: In linea con l’obiettivo del bando, volto alla professionalizzazione degli artisti, ci sembrava importante che la CZD2 non fosse una semplice esecutrice dei passi da noi proposti, ma partecipasse attivamente alla costruzione del materiale coreografico. Abbiamo così intrapreso una ricerca condivisa, interrogandoci su cosa accadesse all’interno delle forme di danza che avevamo scelto e su quali differenze di approccio al corpo le distinguessero dal modo di danzare contemporaneo.
Quanto è stato importante, invece, allontanarvi dal repertorio originale?
Amalia Borsellino: È stato importante allontanarsi dai materiali originali per poi tornare, in parte, a essi. In una prima fase abbiamo cercato di costruire qualcosa di nuovo, mettendo quasi da parte l’idea di riproporre i frammenti così come erano in origine. Nel corso del processo, però, siamo tornate sui nostri passi, riconoscendo il valore di alcuni passaggi che meritavano di essere trasmessi e appresi esattamente nella loro forma originale. Di questo percorso sono rimaste anche alcune immagini, alcune citazioni coreografiche che avevano colpito i danzatori e le danzatrici durante il processo creativo.

Anche la musica segue questo rapporto tra passato e presente?
Amalia Borsellino: Abbiamo conservato alcune tracce dei pezzi originali, mentre altre sono state trasformate. Il finale di ALPHABET, ad esempio, mantiene il riferimento musicale a uno degli spettacoli a cui ci siamo ispirate: Vedrai, vedrai di Luigi Tenco. Abbiamo però scelto di utilizzare la versione reinterpretata da Iosonouncane, introducendo così uno scarto rispetto al materiale di partenza.
Sono emerse poi citazioni musicali inaspettate, provenienti da opere che non avevamo inizialmente preso in considerazione, ma che, in qualche modo, sembrano essere rimaste in ascolto nello spazio e nel tempo della nostra ricerca.
Simona Miraglia: In quegli anni, molte musiche venivano composte appositamente per i lavori di Roberto Zappalà. Tra i compositori c’era Salvo Noto, a cui abbiamo affidato la cura della partitura sonora del progetto.
Alcune tracce sono state composte ex novo, altre recuperate e rielaborate a partire da nuovi input. In altri casi, quando lo spettacolo prevedeva musica dal vivo, siamo partite dalle registrazioni dei musicisti per sviluppare, attraverso un’elaborazione digitale ed elettronica, una nuova ritmicità e una nuova visione sonora, mantenendo come matrice gli elementi musicali del pezzo originale.
Quanto ha influito il fatto di lavorare proprio a Scenario Pubblico?
Simona Miraglia: Io e Amalia abbiamo vissuto gli anni in cui Roberto Zappalà creava alcuni di questi spettacoli e abbiamo avuto modo di vederli dal vivo. La ricerca si è così sviluppata su un doppio binario: da un lato, l’archivio della compagnia; dall’altro, il nostro archivio personale di ricordi. Abbiamo trascorso molte ore a visionare i materiali insieme a Stefano, Silvia e Marta, ma, al tempo stesso, potevamo contare su una memoria vissuta, su qualcosa che quei lavori avevano lasciato dentro di noi.

Cosa significa trasformare e far rivivere un repertorio?
Simona Miraglia: È una domanda che è tornata sempre: cosa vuol dire riproporlo, trasformarlo, farlo rivivere?
Non è uno studio del repertorio passo per passo. Abbiamo affrontato tutto con grande cura e rispetto, perché stiamo parlando di qualcosa che ha una storia e che ha già la sua forza in quello che è stato.
Amalia Borsellino: Come già accennato, in alcuni casi abbiamo sentito il bisogno di tornare agli elementi originali. Credo sia stato importante restituire spazio a qualcosa nella sua forma esatta, riconoscendo il valore di ciò che è stato e assumendoci la responsabilità di riportarlo in vita senza necessariamente trasformarlo. Questo è stato possibile solo dopo aver attraversato l’intero processo creativo: è stato necessario prendere le distanze dall’originale per poterlo poi ritrovare, individuando quei momenti precisi in cui avrebbe potuto parlare al presente.
Il lavoro ha quindi avuto anche una dimensione legata al tempo e alla memoria?
Simona Miraglia: Rileggere qualcosa del passato e tentare di renderlo attuale è anche un lavoro sul tempo. Dopo una pausa da un processo di lavoro molto intenso, alcune cose hanno avuto modo di sedimentarsi. Il corpo, del resto, ha una memoria.
Tornare indietro nel tempo significa allora attivare un processo di memoria, tanto per chi ha vissuto quell’esperienza quanto per chi, invece, non era presente in quel momento. Ci siamo rese conto che alcuni processi hanno bisogno di tempo per maturare, crescere e svilupparsi, e che solo a distanza è possibile cogliere nuove possibilità e significati.
Il passato non esiste più, soprattutto quello di cui non possiamo essere testimoni diretti. Ciò che chiamiamo passato può esistere soltanto nel presente: attraverso la memoria, i corpi che lo hanno attraversato e gli sguardi di chi lo incontra oggi. Il passato è sempre, in qualche modo, presente.

Come avete gestito la libertà dei danzatori e delle danzatrici?
Amalia Borsellino: All’inizio, una delle prime domande è stata: «Quanto dura?». E noi abbiamo risposto: «Non ne abbiamo la minima idea!».
Siamo arrivate con tante incertezze, che volevamo esplorare e risolvere insieme a loro. Il nostro approccio era quello di osservare e interrogarci collettivamente: «Tu cosa hai visto? Cosa ne pensi? Come può risuonare nel corpo?». Da lì, proponevamo una pratica e osservavamo cosa accadeva, cosa risuonava in ciascuno e quali possibilità emergevano.
Crediamo che affidare un lavoro come questo a nuovi corpi significhi anche accompagnarli, nel tempo, verso una progressiva autonomia. È un aspetto che ha molto a che fare con il significato stesso dell’essere professionisti. Oggi riconosciamo nei corpi che abitano ALPHABET una maggiore autonomia nella ricerca e una nuova sensibilità nell’attraversare e interpretare il materiale coreografico.
Simona Miraglia: Abbiamo continuamente negoziato il tema della libertà: quanta libertà concedere a ciascuno affinché potesse trovare qualcosa di personale all’interno del materiale coreografico? Parallelamente, è stato necessario contenerla, darle una direzione e trovare un equilibrio tra l’espressione individuale e le esigenze del lavoro comune. Non è stato semplice individuare il giusto compromesso, né il percorso è stato sempre lineare. È stata proprio la complessità del processo a guidarci nella ricerca di un equilibrio capace di tenere insieme le diverse individualità, le esigenze del repertorio e la costruzione di un linguaggio condiviso.
Adesso che il processo, per ora, si è concluso, siete soddisfatte del risultato?
Simona Miraglia: Siamo molto soddisfatte del processo che abbiamo messo in atto. Questo percorso ci ha confermato quanto sia importante attraversare tutte le fasi del processo creativo, senza avere fretta di arrivare a una conclusione. È proprio nel tempo che intercorre tra una sessione di lavoro e l’altra che qualcosa continua a sedimentarsi, trasformarsi ed espandersi, permettendo alla ricerca di proseguire anche al di fuori dello spazio della sala.
Intervista condotta da: Flavia Tondolo e Martina De Santis
ΑΛΦΑΒΕΤ | ALPHABET, 4 ottobre 2026, ScenarioDanza Hope (Fuori abbonamento)
Un progetto a cura del Collettivo Sicilymade (Amalia Borsellino, Marta Greco, Simona Miraglia, Silvia Oteri) con compagniazappalàdanza 2, Maya Bruni, Ismaele Buonvenga, Marco Di Dato, Asia Gentile, Martina Giglione, Vanessa Lisi, Alessia Macchiarella e Gloria Patanè.






