PRIMO APPUNTAMENTO: Open door – CUT (Centro Universitario Teatrale), h. 18:30
Dopo l’incontro abbiamo intervistato gli artisti con alcune domande sulla loro pratica artistica e compositiva.
Carlo Massari/C&C Company – A peso morto
L’estratto coreografico che hai mostrato e il progetto in generale hanno una struttura settata o esistono anche dei momenti di improvvisazione?
La dimensione delle prove è tendenzialmente improvvisata portando via via a una stratificazione del movimento; nella seconda parte ci sono dei blocchi che incastro diversamente ogni volta permettendomi di raggiungere una composizione finale.
C’è stato un evento personale che ti ha portato alla messa in scena?
Esiste una forte connessione tra presente e passato, in quanto artisti e parte di un microcosmo sociale tutto ciò che proviamo e raccogliamo a livello esperienziale noi lo riportiamo sul palco.
Qual è il messaggio che vorresti lanciare al pubblico?
Il messaggio è legato alla periferia, fisica e sociale che ci viene imposta. Noi che tentiamo di galleggiare per non andare a fondo; vorrei che il pubblico entrasse in connessione con l’umanità di questo carattere percependone l’empatia.

Foto di Vittoria Interligi
Fabio Dolce, Antonino Ceresia/ Cie. Essevesse – L’un contre l’autre
Come nasce la vostra idea coreografica?
Siamo partiti da una situazione sconosciuta. Improvvisando la struttura ci è sembrata evidente la nascita di una costruzione solida identificando le specifiche qualità.
Avete parlato del vostro rapporto interpersonale, lo avete un po’ trasferito sulla scena?
È il primo lavoro in cui creiamo dalla A alla Z tutto insieme. Abbiamo raccontato il nostro rapporto a volte forte e a volte complicato che però porta a tornare sempre insieme.
Il dualismo di cui parlate è sempre in contrasto o fa riferimento anche alla similitudine?
L’un contre l’autre fa riferimento sia allo scontro che all’aiutarsi, un’opposizione giusta e vitale da entrambi i lati. Una sorta di allontanamento e avvicinamento naturale delle cose.
Cosa vorreste fosse davvero chiaro allo spettatore?
Noi ci ispiriamo alla poesia, sfruttiamo il canto e la musica, ci piace che il pubblico possa crearsi la propria storia; parliamo di amore universale. Vogliamo sensibilizzare chi guarda all’attenzione verso l’altro, alla benevolenza. Abbandonarsi all’incomprensione, accoglierla e accettarla.

Foto di Vittoria Interligi
Andrea Costanzo Martini, Francesca Foscarini – Pas de cheval – un lamento
Che valore hanno la mimica e la scelta dei costumi in questa produzione?
La mimica qui ha il compito di creare un’immagine stereotipata e quasi grottesca del cavallo: possibile metafora del danzatore. L’idea del viso del cavallo come il sorriso forzato di un danzatore, così come i costumi che hanno un rinvio ai colori, alla texture dei cavalli ma allo stesso tempo al corpo del danzatore in scena.
Sfruttando la metafora del cavallo, come volete arrivino queste due figure in dialogo con il pubblico?
Il cavallo è il pretesto per parlare del performer o dell’essere umano, un animale che si adegua a ciò che gli viene imposto così come lo fa il danzatore alla coreografia. Ci riferiamo al consumismo e all’impossibilità di sottrarsi se non con la morte, come con la scena della carota che a tratti rimanda al sistema di produzione della danza.
Quale messaggio sperate arrivi al pubblico?
Non vogliamo decidere per il pubblico, è forse un invito a guardarsi dentro. Il lamento è nostro e non è necessario venga capito ma quanto che esca fuori. L’andare a teatro deve essere un atto di disponibilità senza preconcetti: poter guardare con la consapevolezza di saper ridere o piangere di tutto.
SECONDO APPUNTAMENTO: Compagnia Zappalà Danza, Aspettando il Fuji – Piazza Dante, h. 21.00

Foto di Ylenia Cinquemani
Davanti alla Chiesa di San Nicolò l’Arena, il 29 aprile si è aperta la sesta edizione del Catania Contemporanea/ FIC Fest con Aspettando il Fuji. L’opera a cui abbiamo assistito è stata l’anteprima della nuova creazione di Roberto Zappalà intitolata Brother to Brother – dall’Etna al Fuji, che intreccia danza, musica, soundscape e paesaggio. Caratteristica principale del lavoro è la collaborazione con i musicisti Munedaiko, trio d’origine giapponese impegnato nella valorizzazione dell’antica tradizione del Taiko, ovvero del tamburo giapponese.
In perfetta sintonia, i musicisti performer, dopo aver creato un’atmosfera sospesa e virtuosa nei ritmi di tamburi e flauti, hanno accompagnato la Compagnia Zappalà Danza, i cui movimenti rievocano il movimento denso del magma silente dell’Etna. Il culmine è arrivato quando la chiesa si è illuminata di rosso, simbolo dell’eruzione vulcanica, lasciando a pubblico e artisti un momento di forte ammirazione. La calma iniziale finisce con un’esplosione di energia: intrecci, canoni e spostamenti rapidi hanno animato la scena su uno sfondo di luce verde. Poi, di nuovo la quiete: i danzatori si fermano, rivolti al monumento come a vegliarlo.
Aspettando il Fuji è un lavoro potente, che unisce straordinari interpreti e celebra l’Etna e il Fuji intesi come fratelli creatori della conformazione di due parti del mondo. I due vulcani insieme alle percussioni sono simboli della genesi delle civiltà, una suggestione, quella del coreografo, che simbolicamente auspica a sensibilizzare il pubblico e a riflettere per una possibile rigenerazione continua della convivenza civile.
Ora, non resta che attendere il Fuji!
Interviste di Daria Massa
Testo di Bianca Ghezzi
Supervisione di Sofia Bordieri e Marco Fichera






