APPUNTAMENTO A SCENARIO PUBBLICO con L’un contre l’autre | Cie. Essevesse e A peso morto | Carlo Massari.
Prosegue con grande intensità la seconda serata del Catania Contemporanea/FIC Fest, che propone un doppio appuntamento a Scenario Pubblico. Protagonisti sono la compagnia Cie Essevesse con L’un contre l’autre e il coreografo e interprete Carlo Massari con A peso morto.
Con il primo spettacolo la scena si presenta già avviata all’ingresso del pubblico, subito immerso in un’atmosfera sospesa. A rendere ancora più suggestivo l’ingresso nella Black Box, in sottofondo, una musica evocativa eseguita dal vivo dal musicista Romain Aweduti, già presente sulla scena, posizionato nell’angolo destro più prossimo alle sedute. Sullo sfondo si intravede una figura dal corpo ambiguo (il performer Loic Basille), che dal terreno emerge come se nascesse dalle sue radici; questa creatura prende forza dalla terra per elevarsi, fino a sembrare un albero imponente e statuario. È tenebrosa ma affascinante, resa ancora più imponente dal costume che sembra valorizzare il contrasto tra sacro e profano, dualità drammaturgica sottolineata anche nella sinossi del lavoro; tacchi alti da drag queen e tutina aderente color nudo, con ricami che rimandano a elementi naturali. Ad avvolgere il corpo una luce viola sullo sfondo che realizza un’atmosfera intima ma perturbante nell’accentuare la figura del performer. La creatura avanza in modo solenne e, improvvisamente, inizia a intonare un canto lirico, una voce angelica in forte contrasto con il suo aspetto. Irrompono in scena i due danzatori, Antonino Ceresia e Fabio Dolce, che fin da subito si inseguono passando per equilibri sospesi, fidandosi l’uno dell’altro. Fuggono per ritrovarsi subito, come se non volessero mai separarsi del tutto. Si muovono in uno spazio circolare, come in un ballo da sala a cui anche la musica rimanda. A un certo punto, il vortice si placa. Una luce gialla si accende sui danzatori che, avvolti l’uno nell’altro, sembrano farsi del male lentamente, in modo doloroso. È come se non lo volessero, ma fossero “obbligati” da un ordine naturale. La creatura (Basille) ricomincia a cantare con tutta la sua anima, ben visibile nonostante il volto completamente coperto. Lo spettacolo si conclude con una stasi: i danzatori si avvicinano lentamente alla creatura cercando di imitarne i suoi movimenti iniziali, quasi a volersi fondere con essa. Avanzano verso il pubblico strisciando, come animali esausti e vulnerabili. Anche la creatura, al centro, si spoglia di tutto. Resta solo l’essenza: autentica e viva.

Foto di Sara Chiarello
Identità in bilico
A seguire, nella seconda parte della serata A peso morto si apre con una musica popolare, una mazurka fioca e, in modo del tutto inaspettato, entra in scena Carlo Massari che interpreta come un “personaggio”, un anziano grazie all’utilizzo di una maschera in silicone. Cammina lentamente, con delle buste della spesa, apparentemente disorientato, attraversando lo spazio perimetrale della scena coinvolgendo anche il pubblico, a cui il danzatore si rivolge direttamente con sguardo e gesti. È come se il pubblico diventasse parte integrante della performance. L’illusione è totale: movimenti, piccoli tic, espressioni tipiche della terza età creano un ritratto vivido e realistico. L’atmosfera si tinge anche di una lieve ironia, grazie ai gesti ripetuti che il danzatore rivolge agli spettatori. Quando il performer agisce improvvisamente con movimenti più energici e strutturati, l’effetto è in netta antitesi, a tratti disturbante per il pubblico: la figura dell’anziano era stata così credibile da lasciare ancora impressa quell’immagine, nonostante il cambiamento. A un certo punto, cade violentemente al pavimento, suscitando una forte reazione nel pubblico. Inizia così una danza intensa, fatta di cadute, rialzate, acrobazie che si sviluppano in uno spazio circolare e diagonale. Per tutta la durata dell’ultima parte, Massari mantiene il pubblico in uno stato di ansia e tensione generato dai ripetuti crolli e dalle cadute rumorose. Cade al suolo come una bambola di pezza, completamente privo di centro, disorientato. Il collasso fisico è in netta coincidenza con quello identitario, uno scollamento dato dall’attraversamento del tempo – dal passato al presente – e che diventa presagio disorientante del futuro.
Alla fine, infatti, si spoglia, come a liberarsi di un’identità ormai distante, una maschera che adagia al pavimento con cura e che lascia andare con affetto e nostalgia. A peso morto è un’opera intensa, che conduce gli spettatori e le spettatrici in un viaggio emotivo fatto di cadute e recuperi, ironia e drammaticità. Ne resta un senso profondo di malinconia e riflessione generativa sul tempo e sull’identità.

Foto di Sara Chiarello
Testi di Alessia Passeri
Supervisione di Sofia Bordieri e Marco Fichera




