Dove il corpo continua a risuonare…
The Fridas è una performance che non si esaurisce nel momento della visione, ma continua a risuonare nel corpo prima che nella mente. Ispirato al celebre dipinto di Frida Kahlo, il lavoro prodotto dalla compagnia Komoco, trasforma la scena in uno spazio intimo e nudo, delimitato da un piccolo rettangolo di luce nel quale Adriano Popolo Rubbio e Paolo Piancastelli sembrano espandersi ed esplodere in tutte le direzioni.
Il movimento è pastoso, intenso e sembra nascere da un impulso interno, istintivo. Il bisogno di danzare diventa immediatamente chiaro agli occhi di chi guarda che viene trasportato nel flusso e nel groove del movimento.
Il linguaggio fisico è sinuoso, gigantesco, a tratti nervoso. Si passa dall’ampiezza dell’azione al gesto minimo, preciso e intimo, attraversato da improvvise accelerazioni, quasi dei tic nervosi. Cambi di ritmo alternano tensione e leggerezza, mentre ogni gesto, delle mani, delle bocche, dello sguardo, appare risuonando nell’altro.
I danzatori, estremamente in sintonia, attraversano la scena con la naturalezza di chi abita uno spazio famigliare, con la confidenza silenziosa di chi si conosce da sempre. Si percepisce la purezza del loro stare insieme, il loro modo di respirare con la danza. Diversi tra loro ma complementari, costruiscono una complicità rara e autentica.
Lo spettacolo si chiude circolarmente con una ripresa gestuale dell’inizio, ma in un tono più ironico. I due seduti di spalle indossano un copricapo a mantella e si volgono verso di noi con un’espressione rassicurante: è la consapevolezza di poter elaborare il caos e le avversità della vita, trasformate scenicamente in un gesto semplice, umano.
di Alessia Passeri
Revisione Daria Massa

Foto di Denise Lupica
AGGRAPPARSI
In Where we stand di Fay Van Bazar, nato nell’ambito del progetto Erasmus+ per la compagnia of curious nature, la scena si apre con un’immagine estremamente suggestiva: sullo sfondo, il Cortile Platamone illuminato da luci soffuse; in primo piano, una coppia di danzatori si stringe la mano, cullata dal vento.
Poi l’unione si spezza. Resta in scena soltanto la danzatrice, impegnata in una lotta per il controllo del suo stesso corpo, circoscritto dentro un piccolo quadrato bianco di linoleum; mentre nell’ombra compaiono dai lati altre otto figure che lentamente si avvicinano.
Lo spazio viene progressivamente invaso, segnato da disegni geometrici precisi, da corpi che si inseguono, fino all’arrivo di un boato improvviso. Nulla si interrompe: al contrario, tutto cresce. Nascono momenti di perfetto unisono, ma anche prese di posizione di chi sceglie di non seguire il flusso. Ogni cosa viene prima omologata e poi, improvvisamente, differenziata.
Quel frammento di “tappeto” bianco che sembrava quasi una bolla in mezzo alla folla, spezza quel limite celando un corpo che una danzatrice calpesta, quasi in una sorta di ascesa verso il suo posto nel mondo. Ed è qui che arrivano ancora come un’onda assoli, coppie; due abbracci e poi di nuovo… semplicemente due mani che si stringono.
Di Daria Massa

Foto di Sara Chiarello
DESTRUTTURAZIONE CONTINUA
A seguire Un-Zeit di Helge Letonja ci trasporta nella tensione del connubio tra caos e quiete.
Sulle note della sinfonia n.4 di Henryk Mikotaj Górecki danzatori e danzatrici si muovono in modo spigoloso prima e morbido subito dopo. Tutto è scandito da ritmi serrati e da archi che ritornano in maniera intermittente, quasi a richiamare quei corpi che sembrano voler scrollarsi qualcosa di dosso.
Davanti a noi agiscono corpi che si dimenano, che si concedono agli altri e da cui spesso sfuggono – tanto da apparire impotenti rispetto a ciò che gli succede attorno – sembrano tenere lo spettatore sempre in stato di allerta verso chi esisteva isolato dal gruppo.
Poi, una danzatrice quasi in simbolo di libertà apre un nuovo scenario: tutto si dilata, i volti si accendono, i colori prendono vita.
Tutto crolla ancora, e la danza incalzante smette, i corpi si trascinano, restano al pavimento, fino a dissolversi fuori dalla scena, tranne uno, che insiste nella relazione con chi guarda, quasi come un ultimo saluto, fino a sparire anch’esso nell’oscurità.
Di Daria Massa

Foto di Sara Chiarello
CATANIA CONTEMPORANEA FIC FEST | 7 maggio, Scenario Pubblico, Cortile Platamone
The Fridas
coreografia: Sofia Nappi | musiche: Espinoza, Vargas, Thornato feat. The Spy Spy from Cairo, Casalis, Trio Marimbero | danza e collaborazione: Paolo Piancastelli, Adriano Popolo Rubbio | assistente alla coreografia: Glenda Gheller | costume design: Adriano Popolo Rubbio | realizzazione costumi: Adriano Popolo Rubbio, Adelaide D’Ago | luci: Alessandro Caso | produzione: Komoco | coproduzione: Festival Danza in Rete – Teatro Comunale Città di Vicenza | con il sostegno di MiC – Ministero della Cultura, Oriente/Occidente, Centro Coreografico Nazionale/Aterballetto | residente a progetto presso il Centro di Rilevante Interesse Nazionale per la Danza Scenario Pubblico/CZD
Where we stand
coreografia: Fay van Baar | assistente alla coreografia: Albert Garrell | danza: Lys Cabral, Wan-Yun Chen, Jed Nagales, Tiago Reis, Daniel Sabia, Pere Sansaloni Servera, David Schmidt, Carolina Verra, Agathe Mas, Panna Poszony | luci: Carlos Heydt | costumi: Kitty Lyell | creazione realizzata nell’ambito del progetto IncluDancE / Erasmus + | IncluDancE è un progetto di TanzRAUM Nord gUG | Of Curious Nature e Scenario Pubblico | Compagnia Zappalà Danza | finanziato dall’Unione Europea
Un-Zeit
coreografia: Helge Letonja | assistente alla coreografia: Albert Garrell | danza: Lys Cabral, Wan-Yun Chen, Jed Nagales, Tiago Reis, Daniel Sabia, Pere Sansaloni Servera, Carolina Verra, Agathe Mas, Panna Poszony | musiche: Henryk Mikolaj Górecki, Symphony No. 4, Tansman Episodes | drammaturgia: Anke Euler | costumi: Rike Schimitschek | luci: Laurent Schneegans | direzione tecnica: Nathaniel Johnson | produzione: Moritz Petri | management di compagnia: Kerstin Witges | video: Médoune Seck






