PRIMO APPUNTAMENTO: Open Door – Scenario Pubblico, 18:30

Love Parade | ocram dance movement/ Glenda Gheller
Dopo l’incontro abbiamo intervistato i danzatori con alcune domande sul lavoro

Quale legame si crea tra voi danzatori durante Love Parade?
Pietro di Salvo:
Il legame che si è creato tra di noi dipende molto dalla personalità di ognuno e anche dal mood in cui ci troviamo giornalmente. Infatti, abbiamo dovuto lavorare proprio sull’approccio tra di noi, visto che nella coreografia non c’è molto contatto fisico. È stato più un creare un contatto interno, una sorta di connessione.

Nunzio Saporito:
In realtà, il pezzo ci ha aiutato tanto, anche perché, non avendo mai lavorato insieme prima, è sicuramente complesso lavorare in due, senza conoscersi a livello umano. Il pezzo, che necessita di un’intimità da creare in qualche modo, ci ha sbloccato anche proprio come persone, e ci ha aiutato molto ad avvicinarci.

 

Nella descrizione del lavoro è presente la frase di Bell Hooks: “Perché abbiamo ancora paura di parlare dell’amore?” Secondo voi, perché abbiamo ancora paura di parlare dell’amore?
Nunzio Saporito:
Sicuramente l’amore è un tema trattato tante volte in tutte le sue sfaccettature. A volte si ha anche un po’ il timore di esprimere concetti che sembrano banali, ma in realtà non lo sono affatto, perché l’amore è comunque il motore centrale delle vite di tutti noi.

Pietro Di Salvo:
Credo che la comune paura di parlare dell’amore dipenda tanto dal fatto che si tratti di sensazioni ed emozioni molto intime. Spesso è difficile mettere a nudo la parte più fragile di noi stessi, anche perché l’amore “canonico” è spesso romanticizzato. Invece, il punto chiave della coreografia è un amore più viscerale, e forse proprio per questo più difficile da tirare fuori.

 

Un breve messaggio per il pubblico
Pietro Di Salvo:
Soffermatevi sul concetto di amore e provate a sdoganare la concezione un po’ troppo romantica. Concentratevi di più su quello che per ciascuno di voi è soggettivamente amore.

Nunzio Saporito:
Se questo pezzo può essere uno spunto, è proprio quello di andare a sviscerare il concetto di amore a 360°. Non solo l’amore di coppia, ma anche l’amore verso sé stessi, verso il mondo e verso tutto ciò che ci circonda.

 

Foto di Vittoria Spina

SECONDO APPUNTAMENTO:
Pas de cheval – Un lamento | Andrea Costanzo Martini,
Ordinary people | Frantics Co.
Scenario Pubblico, h. 21:00

 

Cavalli in scena tra ironia e ritmo

Proseguono le serate del Catania Contemporanea/ Fic Fest, con la proposta al pubblico di due spettacoli: Pas de Cheval con il coreografo Andrea Costanzo Martini interprete insieme a Francesca Foscarini e Ordinary people con i danzatori e coreografi Juan Tirado e Marco Di Nardo.
La scena si apre con un focus insolito: due carote in proscenio illuminate da due coni di luce. I due performer si presentano con una voce fuori campo, spiegando che si tratta di un’anteprima, una prova aperta per sperimentare costumi e luci. Ringraziano l’ospitalità di Scenario Pubblico.
Entrano indossando tute integrali in ciniglia di colori diversi, una marrone e l’altra più scura. Iniziano a muoversi imitando ironicamente il passo del cavallo sviluppato in una camminata. Alcuni elementi del costume, come la chioma, ma anche la mimica gestuale richiamano esplicitamente l’animale definendo l’atmosfera da subito dichiaratamente ironica. La performance si articola in blocchi intervallati da pause improvvise scaturite da “allarmi” sonori. Ogni volta, i due reagiscono impazzendo, con movimenti sempre più frenetici.

I loro movimenti, come lo schiocco della lingua, producono il tipico suono degli zoccoli, in un silenzio surreale che accentua l’effetto comico. I passi percorrono un quadrato immaginario delimitato da versi e camminate equestre. Un nuovo allarme li coglie. Tornano le voci fuori campo che avviano un nuovo dialogo, un nuovo gioco: Foscarini si blocca e la voce ammette di aver dimenticato la sequenza. Con le parole di Martini comincia una sequenza dettata daun testo ironico che sbeffeggia il tipico modo di “parlare coreografico” dei danzatori e delle danzatrici.

Foto di Sara Di Blasi

Il fulcro della performance è proprio focalizzato sulla relazione didascalica tra testo e corpi. A ogni frase i due si muovono portando sul palco un’energia esplosiva, senza fermarsi mai, con fare quasi istintivo e interagendo spesso con il pubblico. A un certo punto non sembrano più danzatori: diventano cavalli amici che si raccontano la vita come in un cartone animato. Perché i cavalli? Perché sono metafora di una condizione umana: liberi, forti, ma addomesticabili. Come scrive anche il coreografo nel suo testo, basta dargli una carota e sono felici. Lo spettacolo giunge al termine con una serie di slanci di gamba, alternando destra e sinistra, fino a chiudersi in una spaccata. Ma non è ancora finito. Si apre un ultimo focus: i due osservano le carote di nuovo illuminate come se fossero la cosa più preziosa del mondo. Le mangiano e le condividono, giocano e si rincorrono come due amici inseparabili, concludendo il pezzo al galoppo. Due cavalli liberi in scena.

 

Dalla lotta all’accettazione

La scena si apre con fumo denso e un tappeto sonoro avvolgente, misterioso. Una voce pronuncia le prime parole, In this space, I am not alone. La luce rivela due corpi di schiena (Juan Tirado e Marco Di Nardo) che emergono in piena stasi scolpendo forme nell’aria. È come se il tempo stesso fosse bloccato.
I loro volti restano nascosti, le teste chine, i pantaloni neri fondono le gambe nell’ombra. Il fumo denso avvolge il palco e si trasforma lentamente in nuvole, proiettandoci in un altro mondo, quasi dentro un dipinto vivente. I danzatorisi intrecciano, si cercano, si sfiorano. Si avvicinano con movimenti fluidi, poi si cristallizzano in immagini ferme, come quadri sospesi. Nell’aria vibra la loro energia: sono in perfetta sintonia, come se condividessero un unico respiro. Anche quando si distaccano, trovano sempre un modo per comunicare: un gesto del piede, un cenno, un’indicazione. Tutto si svolge di spalle.
Sembrano corpi senza volto, senza identità. La musica non accompagna: racconta. Si intreccia con i corpi, magnetica, ipnotica.
I danzatori continuano a muoversi in orizzontale (come la loro amicizia), con piccoli salti sul posto. Poi uno si ferma, l’altro continua, finché non gli copre gli occhi con le mani, come a manipolarlo. Lo guida, gli suggerisce nuovi spazi, nuovi impulsi. Entrambi si portano le mani al volto reciprocamente, evocando come un gesto di potere. Ma i ruoli si invertono. È un gioco, una lotta per l’attenzione. Nella seconda parte i volti, finalmente, si mostrano. Si legge la lotta negli sguardi, il desiderio di dominare. Quando si toccano la fronte, sembra vogliano rubarsi qualcosa, un pensiero, l’anima. Uno dei due sembra godere del gesto, come se provasse piacere nella crudeltà. Da qui lo spettacolo si evolve. I danzatori si alternano nel controllo, si sfidano, si arrendono. Infine, si incontrano. Si sorpassano più volte,ma alla fine si fermano. Un senso di parità emerge. Si danno la mano. Si abbracciano. È il momento più intenso: un gesto di accettazione, di fratellanza umana. Il pubblico è catturato. L’ambiente, le luci, il fumo: tutto conduce a una concentrazione totale sui loro corpi, sui movimenti continui. Un pizzico d’umorismo, lieve ma prezioso, emerge in piccoli dettagli: un tocco ai piedi, un gesto quasi infantile. Ma è solo un attimo.

Foto di Sara Di Blasi

 

Intervista di Vittoria Interligi
Testi di Ylenia Cinquemani
Supervisione di Sofia Bordieri e Marco Fichera

 

 

 

 

 

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