Dalla A alla Z è stato il titolo delle tre serate andate in scena il 14 e il 15 dicembre qui a Scenario Pubblico. La scena è stata condivisa da quattro lavori coreografici, due firmati da Mauro Astolfi, If you were a man e Trust con il suo Spellbound Contemporary Ballet, e due di Roberto Zappalà che con la sua compagnia ha portato L’aprés-midi d’un faune e 2×2.
Per l’occasione abbiamo deciso di parlare con i danzatori e le danzatrici per chiedere loro di raccontarci l’esperienza vissuta all’interno delle rispettive sale, incubatori delle creazioni, e la condivisione della scena.
Elena Costanzo: Ciao Alessandro, grazie per essere qui poco prima di andare in scena. If you were a man è una creazione del 2022, basata sulla ricerca di un dialogo e un ascolto silenziosi tra corpi. Puoi raccontarci come si è sviluppato il lavoro in sala, con il coreografo e con gli altri componenti del gruppo?
Alessandro Piergentili: Il lavoro in sala con Mauro Astolfi solitamente consiste nel creare delle frasi coreografiche in estemporanea. Quel materiale viene poi lavorato e viene, cioè, assorbito, digerito, tradotto, rendendolo nostro. Si passa poi alla supervisione, dove ogni singolo movimento viene sezionato e rimodulato in varie dinamiche che comunque continuiamo a ricercare con i differenti corpi. In definitiva, è una creazione fortemente collaborativa, un processo che si intreccia tra lavoro fisico e concept drammaturgico.
Chiaramente ognuno inserisce la propria personale cifra stilistica. Io sono l’unico componente rimasto del cast originale, ma la stessa cosa vale per chi ha preso poi il posto della persona precedente. E per me la cosa bella non è replicare esattamente com’era la versione della persona prima di te, ma prendere quel materiale e renderlo di nuovo tuo.
Ad esempio, pensando a questo lavoro, ho la sensazione di aver fatto quattro pezzi diversi, perché avendo vissuto quattro rimontaggi ogni volta è stato differente, penso alle energie che mi hanno attraversato ogni volta, al vedere affiorare sfumature diverse nelle intenzioni e anche nel movimento. E cambia quello, oltre che appunto l’energia che si creava all’interno del gruppo.

Foto di Cristiano Castaldi
E.C.: Riguardo il legame con Trust, è la prima volta – proprio per questa occasione – che i due lavori si accostano?
A.P.: No, i due lavori sono stati accostati anche in altre occasioni. Capita spesso perché il nostro repertorio, oltre alle creazioni a serata intera, è molto ricco di pièce da mezz’ora con duetti, terzetti e performance altre che talvolta vengono presentate insieme.
Trust – che ho seguito da vicino – penso sia diverso rispetto alle altre produzioni di Mauro, perché ha una chiave di lettura del movimento diversa, ha una sfaccettatura un po’ più giocosa, nonostante ci sia comunque la forza, la dinamica, le accelerazioni, tutte parole chiave, queste, che troviamo nel linguaggio del coreografo. Dal punto di vista del concept si tratta della fiducia tra un’entità e un’altra, due anime che si cercano costantemente, e la loro percezione dà vita a delle sincronie che nascono da movimenti a sé stanti; quindi, piccoli soli che poi entrano in relazione tra loro e sfociano in un legame di fiducia e ascolto.
È bello vedere la gioia nel danzarlo e un’altra cosa bella è che sia interpretato da due danzatrici storiche della compagnia: due esperienze che si vedono in scena e dalle quali è possibile trarre una particolare energia.
Comunque tra le due performance si instaura una relazione/connessione perché il quartetto, basato su un dialogo silenzioso, è anch’esso legato al concetto di fiducia.

E.C.: Per concludere, riguardo la serata condivisa come senti questa sorta di confronto-incontro con un’altra compagnia?
A.P.: Per me è un onore condividere di nuovo il palco con la Compagnia Zappalà. Abbiamo già ballato insieme a Roma e in queste occasioni, ovviamente, condividiamo il dietro le quinte. È bello sentire l’energia di un’altra compagnia dato che la maggior parte delle volte balliamo da soli, chiamati a portare in scena uno spettacolo che è nostro. Invece condividere serate così ti permette di vivere un incontro diverso, di approcciarti con persone altre che fanno uno stile anche lontano dal tuo. È un confronto costruttivo, mi piacerebbe proprio stare dalla parte del pubblico per vedere la serata.
Credo che questa sia una possibilità di maturare come danzatore, ma anche come persona, in un panorama nazionale che magari, è anche internazionale. Io spero di continuare collaborazioni, di condividere serate, perché ci vuole, è anche uno stimolo conoscere persone diverse, stili diversi. Il bello è l’incontro di due linguaggi diversi, che anche se molto distanti, nella serata creano un elemento unico.
E.C.: Parliamo de L’aprés midi d’un faune che nasce anch’esso nel 2022. Filippo, puoi raccontarci brevemente com’è stato il lavoro in sala di questa pièce?
Filippo Domini: Quello sul fauno è stato lavoro all’inizio un po’ più intimo. Roberto ha cercato di donarmi quelle che erano le sue sensazioni, quindi la sua idea di ciò che voleva esprimere. È stata centrale l’idea del luogo mentale, dove si mescolano realtà, sogno e desiderio, ovvero un tempo e uno spazio dove il fauno trova la libertà di esprimere ciò che realmente è. È stato molto interessante in questo senso, non è stato difficilissimo rispetto ad altri pezzi, però è stato comunque molto bello andare in profondità verso quella precisa intenzione, oltre ai passi.
E.C.: 2×2, invece, com’è nato? Come è stato danzarlo in condivisione?
Anna Forzutti, Silvia Rossi: Insieme al Fauno, con cui ci siamo sentite molto connesse, e ai due lavori di Mauro Astolfi c’è stata una bella energia di supporto. Tra l’altro lo abbiamo portato per la prima volta in scena proprio in un’altra serata condivisa con Spellbound a Roma, al Teatro Quarticciolo.
2×2 nasce da frammenti di due lavori “storici” della compagnia. Abbiamo iniziato a studiarlo durante il Modem Pro che abbiamo fatto insieme – e appreso con il gruppo, quindi, non in coppia – e già da quel momento, insieme a Maud de la Purification nelle ore di repertorio.
Parte del materiale coreografico è confluito poi in Rifare Bach quindi, è anche da lì che arriva.
Con Roberto l’abbiamo potuto studiare veramente in forme molto diverse e in periodi diversissimi ma sempre in modo molto intenso perché era il nostro primo lavoro per la compagnia. Ad oggi possiamo dire che facendolo da così tanto tempo ormai potremmo anche farlo senza musica, senza guardarci. Anche divise in due sale diverse, lo faremmo lo stesso in contemporanea perché lo abbiamo proprio incorporato. L’abbiamo lavorato tanto insieme, l’abbiamo metabolizzato e fatto nostro. Lo abbiamo anche insegnato due volte al Modem Pro e anche in quell’occasione, nel momento di “consegnare” quel materiale, ti rendi conto di tante altre cose.

Foto di Giuseppe Follacchio
E.C.: Per concludere, riguardo la serata condivisa come senti questa sorta di confronto-incontro con un’altra compagnia?
A. F., F.D.: In realtà abbiamo avuto pochissimo tempo per tutto. Abbiamo visto il lavoro dei colleghi durante lo spettacolo, da dietro le quinte, ma ci stavamo scaldando, quindi è stato un po’ sfuggente. In queste occasioni, però, sono molto belle le piccole cose che accadono. La curiosità reciproca, ad esempio, è una di queste, scaturita anche dalla diversità stilistica dei coreografi.
Queste serate poi sono molto stimolanti per noi che essendo qui in Sicilia, a volte abbiamo la sensazione di essere un po’ isolati dal mondo della danza in generale. Nonostante Scenario sia un luogo iper-dinamico non viviamo propriamente una dimensione cittadina di condivisione e confronto della danza. Invece anche soltanto, nei camerini, è bello parlare, condividere momenti anche di stanchezza e poi darsi un arrivederci. È bello entrare in contatto con persone che condividono il tuo stesso lavoro, è un bel modo per darsi forza.






