Femina della Compagnia Abbondanza/Bertoni è andato in scena a Scenario Pubblico il 17 e il 18 gennaio, terzultimo appuntamento della stagione Gentilezza. L’opera si inserisce all’interno di una trilogia – dedicata all’indagine identitaria e sociale degli esseri umani – e si configura come la seconda tappa. Concentrata sulla figura femminile, ciò che emerge è l’immagine di una donna che viene ancora percepita e ridotta a puro corpo oggettificato.
La scena si apre con quattro danzatrici (Sara Cavalieri, Eleonora Chiocchini, Valentina Dal Mas, Ludovica Messina Poerio) in intimo neutro e parrucche a caschetto biondo platino; una scelta estetica che rimanda immediatamente a una rappresentazione stereotipata del corpo femminile radicata nell’immaginario collettivo.
Inizialmente le interpreti appaiono alienate, come sospese in uno stato di distacco emotivo. Movimenti precisi, scanditi dal tempo, contenuti e ristretti, ostacolano l’emersione di personalità definite rese quasi indistinguibili tra loro. L’opera si sviluppa, infatti, in sessanta minuti accompagnati da un’unica traccia sonora in cui il rapporto con il movimento è estremamente preciso: ogni suono, ogni variazione che si aggiunge o scompare, trova una corrispondenza nel movimento delle danzatrici. Questa relazione rafforza la sensazione di rigidità e di un tempo che scorre inflessibile.
All’interno della struttura serrata, fondamentale è l’attenzione al dettaglio. La precisione quasi maniacale del movimento invita lo spettatore a spostare continuamente l’attenzione dal quadro generale al particolare.

Foto di Tobia Abbondanza
Nello sguardo delle danzatrici, ad esempio, emergono barlumi di differenze, tensioni e soggettività. Senza variazioni evidenti del volto o del resto del corpo, ogni interprete riesce a comunicare una qualità emotiva distinta, dimostrando come l’identità possa manifestarsi anche all’interno di una struttura fortemente vincolata.
A colpire maggiormente, quindi, sono proprio gli occhi che, apparentemente passivi, risultano estremamente comunicativi nel loro rimanere fissi. Sono fissi ma anche matrici di piccole e quasi impercettibili sfumature che sembrano provare a urlare qualcosa allo spettatore. In alcuni momenti, le danzatrici sembrano rivolgersi direttamente al pubblico in una forma di sfida silenziosa, come un’affermazione di presenza non consapevole fino in fondo. In altri, il corpo appare attraversato da una nevrosi controllata, quasi come vittima di una scissione tra fisicità e interiorità. Tuttavia, questa tensione non sfocia mai nel “tragico”; al contrario, può essere percepita come ironica, un’ironia sottile ma pungente.

Foto di Tobia Abbondanza
I movimenti brevi, rapidi e ripetuti rimandano a gesti quotidiani legati alla stereotipia femminile, trasformati in un linguaggio coreografico che porta all’estremo, all’esagerazione velata di un gesto culturalmente precostituito. La scelta di mantenere i volti fissi rafforza ulteriormente questa lettura; tuttavia, mentre l’espressività facciale è ridotta al minimo, sono gli occhi a dare il significato emotivo della creazione.
Femina può essere letto come una riflessione critica sul ruolo sociale della donna e sui modelli comportamentali silenziosamente imposti. Le danzatrici sembrano costrette a incarnare un ruolo precostituito, senza esserne pienamente consapevoli. Il lavoro sembra assumere la forma di una denuncia pacata, ma incisiva.
Lo spettacolo si conclude con un immaginario fortemente legato al mondo femminile, che accompagna lo spettatore verso la fine, lasciandogli il tempo di sedimentare e riflettere su ciò che ha appena visto.
Proprio a partire da questa esperienza, abbiamo deciso di porre a ciascuna delle danzatrici una domanda, con l’intento di raccogliere il loro punto di vista e una breve testimonianza del vissuto personale in relazione al lavoro.
Durante il processo creativo di Femina c’è stato un momento in cui hai sentito che il lavoro parlava di te o della tua esperienza di donna? In che modo si è manifestato a livello corporeo o emotivo?
Valentina Dal Mas: La prima cosa che mi è venuta in mente è che, durante il processo creativo, ci sono stati momenti in cui mi sono sentita di fronte a dei limiti, sia come professionista sia come donna, e più in generale come essere umano.
Il periodo di produzione, durato circa due mesi e mezzo, mi ha dato il tempo di attraversare questi limiti e di sentirmi supportata anche dalle altre colleghe, dentro un percorso fatto di “sali e scendi”.
Mi accorgo però che questi limiti tendono a ripresentarsi anche durante le repliche: ogni volta riaffiorano paure, insicurezze o fragilità che riconosco non solo nel lavoro, ma anche nella mia vita personale. In questo senso, ciò che vivo in scena non riguarda esclusivamente questo progetto, ma tocca aspetti più ampi del mio essere professionista e del mio essere donna.
Tutto questo si manifesta inevitabilmente nel corpo. Anche se inizialmente non è sempre facile accorgersi di come ciò che è emotivo si traduca fisicamente, a un certo punto la consapevolezza riemerge e permette di ricollegare limite, paura ed espressione corporea.
È in questo passaggio che i vari elementi possono trasformarsi in una risorsa, sia a livello personale sia come esperienza condivisa.
Eleonora Chiocchini: Ricordo di aver percepito fin da subito una sorta di complicità femminile nell’aria, una qualità che appartiene anche alla vita quotidiana e che era presente fin dall’inizio nella sala prove.
Si respirava il femminile, non solo perché stavamo lavorando su quel tema, c’era qualcosa di immediato, quasi impalpabile, come se fosse semplicemente nell’aria. Durante la creazione non sono riuscita immediatamente a interiorizzare o a sentire qualcosa di emotivamente connesso alla mia femminilità; l’attenzione, specie all’inizio, era dedicata all’acquisizione della partitura coreografica. Per questo, in quel momento, non ho trovato uno spazio parallelo per una dimensione più interiore, emotiva o percettiva.
Allo stesso tempo, verso la fine del lavoro, mi sono resa conto che il tema coreografico e quello concettuale nascevano, si sviluppavano e rimanevano all’interno di un perimetro molto chiaro, con limiti ben definiti. Viverlo fisicamente significava anche non avere una libertà di interpretazione personale del gesto, per stare dentro una gestualità estremamente precisa e condivisa con le altre interpreti. Quella che inizialmente mi sembrava una gabbia si è rivelata, paradossalmente, uno sviluppo più profondo di ciò che avevo percepito all’inizio: la complicità, l’idea di essere quattro ma allo stesso tempo una, pur nella nostra diversità.
Nel complesso Femina è diventato un viaggio di umiltà, cioè di “abbandono” del sé e di comunione con le altre e, da questo punto di vista, l’esperienza di complicità femminile si è trasformata, non tanto in un percorso individuale, quanto in una dimensione collettiva. A distanza di tempo, riconosco che la gestualità e i quadri coreografici hanno costruito dei mondi che appartengono al femminile. Questa consapevolezza mi è diventata più chiara praticando il lavoro nel tempo o, paradossalmente, guardandolo in video.
Sara Cavalieri: Come diceva Eleonora, il processo è stato profondamente sinergico. In un certo senso eravamo tutte una e quando una di noi attraversava un momento di cedimento, eravamo sempre pronte a sostenerci a vicenda.
A livello femminile, direi che tutto questo è avvenuto in modo del tutto naturale, c’era la libertà di essere femmina e donna in ogni momento, e questa è stata, almeno per me, una delle cose più interessanti del processo.
In questo spazio veniva meno la vergogna legata a qualsiasi argomento trattato, superando quello che spesso chiamiamo pudore. Non un pudore legato al mostrarsi, ma un altro più profondo, interiore.
Questo mi ha portata a sentire che potevo essere donna in tutto e per tutto, senza timore, esisteva un luogo in cui questo era possibile, in cui potevano emergere tutte le sfaccettature.
Rispetto al processo creativo, è vero che non c’era possibilità di “uscita”. Per me è stata anche una sfida quella di non lasciare emergere la parte più individuale della mia personalità che, attraverso il corpo, tende comunque a manifestarsi.
Era come se fossimo delle guerriere che avanzavano insieme nella stessa lotta, un movimento collettivo orientato verso qualcosa.
Non ho mai vissuto visto spettacolo come una costrizione, ma come un fare insieme, un agire per; e in questo modo si è costruita una forza condivisa che, nonostante i momenti di difficoltà e di down, mi ha dato grande sostegno e forza.
Ludovica Messina Poerio: Complessivamente per me questa performance è stata soprattutto equilibrio. Equilibrio nel rapporto che si è creato tra noi, nell’atmosfera che si respirava in sala prove e anche nel lavoro con Antonella. Ogni qualvolta una di noi ha attraversato un momento di difficoltà, un’altra era pronta a sostenerla. C’è stato davvero un continuo scambio.
Per me l’equilibrio è un elemento centrale anche nel mondo femminile e non è affatto scontato trovare una complicità come quella che ho trovato con loro.
Questa è la cosa che per me è stata più importante, insieme alla consapevolezza che ognuna di noi esiste anche grazie all’altra. Se fossimo state sole, il messaggio sarebbe stato completamente diverso, così come la trasmissione del femminile.
Il modo in cui ci sosteniamo e in cui esistiamo con e attraverso l’altra ha generato, per me, una potenza femminile molto forte.
A livello fisico e partiturale, il fatto che il lavoro sia così strutturato – spesso lo definiamo “ingabbiato”, perchè tutto “contato” – è stato per me sorprendentemente divertente. Ci sono stati momenti di difficoltà, in cui pensavo di non essere dentro la musica, e altri in cui la precisione del conteggio, come il classico “fino all’otto”, diventava una sfida stimolante. È stato un vero e proprio allenamento, anche in contrasto con una certa liricità che fa comunque parte del linguaggio della compagnia. Nel complesso, è stata una sfida molto bella e divertente che ho vissuto con grande piacere.
Rece-riflessione di Alessia Passeri
Intervista a cura di Bianca Ghezzi
17-18 gennaio 2026 | Scenario Danza, Gentilezza
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di MICHELE ABBONDANZA e ANTONELLA BERTONI | coreografia: ANTONELLA BERTONI con SARA CAVALIERI, ELEONORA CHIOCCHINI, VALENTINA DAL MAS, LUDOVICA MESSINA POERIO | disegno luci: ANDREA GENTILI | direzione tecnica: CLAUDIO MODUGNO | musiche: DYSNOMIA – DAWN OF MIDI | audio editing: ORLANDO CAINELLI | organizzazione, strategia e sviluppo: DALIA MACII | amministrazione e coordinamento: FRANCESCA LEONELLI | comunicazione e ufficio stampa: FRANCESCA VENEZIA | produzione: COMPAGNIA ABBONDANZA/BERTONI | con il sostegno di MiC – Ministero della Cultura, Provincia Autonoma di Trento, Comune di Rovereto, Fondazione Cassa di Risparmio Trento e Rovereto | si ringraziano Danio Manfredini, Marco Dalpane, Lucio Diana, Nadezhda Simenova | Spettacolo finalista Premio Ubu 2023 nella categoria “Miglior spettacolo di danza”






