Confrontarsi con I fiori del male, celebre raccolta poetica di Charles Baudelaire pubblicata nel 1857, vuol dire misurarsi con l’origine stessa della sensibilità moderna. In Les Fleurs du mal, titolo in lingua originale, l’autore trasforma la poesia in un attraversamento dell’inferno quotidiano: lo Spleen come malinconia soffocante che schiaccia l’uomo moderno tra noia e angoscia, l’Ideale come tensione verso un altrove irraggiungibile, la Città come spazio insieme fisico e mentale dell’alienazione. Il poeta è spirito superiore, capace di cogliere le “corrispondenze” invisibili del reale, ma proprio per questo condannato all’isolamento e allo scherno. È a partire da questa frattura che nasce Les Fleurs, creazione di Balletto Civile, con la regia e coreografia di Michela Lucenti, presentata a Scenario Pubblico. Non un adattamento illustrativo, ma un’assunzione di rischio: la poesia come materia che incide il corpo contemporaneo scoperchiando la potenzialità politica.
In scena Maurizio Camilli, Giovanni Fasser, Michela Lucenti, Gianluca Pezzino, Emanuela Serra e Francesca Zaccaria danno vita ad una drammaturgia stratificata, sostenuta dal progetto sonoro di Guido Affini e dal disegno luci di Stefano Mazzanti. L’ambiente scenico è subito ambiguo e torbido: la sedia rialzata con l’uomo tra le bottiglie richiama Le Vin e Fleurs du Mal, l’alcool come fragile fuga dallo Spleen. La postura, tra regalità e abiezione, esprime la contraddizione baudelairiana tra spirito superiore e uomo degradato. La tovaglia con la fisarmonica, il lampione e la lavagna con le parole abitate dal corpo costruiscono una Parigi simbolica, città e coscienza insieme. La scansione per parole chiave, scritte sulla lavagna nel corso dello spettacolo, non è didascalica: diventa una vera riscrittura coreografica delle sezioni dell’opera, trasformando le ossessioni di Baudelaire in azione fisica.

Foto di Margherita Caprilli
“Il Poeta” inaugura il viaggio. L’interprete, in abitino e cappello, suona e intona con un’ambiguità che evita qualsiasi naturalismo. È la figura di Bénédiction: eletto e schernito, superiore e marginale. Il travestimento non è provocazione, ma dichiarazione di alterità. Qui emerge con chiarezza la concezione baudelairiana della sensibilità come dono e condanna: chi percepisce le “corrispondenze” tra le cose è destinato a restare solo. Con “La Bellezza” la tensione si fa nervosa, quasi aggressiva. La frase “butta le chiavi” risuona come un atto di rottura, un tentativo di spezzare la prigione del reale. Ma la bellezza evocata non consola: è fredda, distante, talvolta crudele. I movimenti frenetici e spezzati rifiutano ogni grazia ornamentale. È una bellezza che non salva, che anzi esaspera il desiderio e lo condanna all’insoddisfazione. “Il Tempo” prende forma in un senzatetto ubriaco che barcolla e si accanisce contro un manichino. È uno dei quadri più incisivi. Il manichino, doppio inerte, diventa proiezione del fallimento. Qui affiora l’eco degli Spleen: il tempo come peso insopportabile, come caduta reiterata. L’insulto rivolto all’altro – che è poi sé stesso – rivela una coscienza scissa, incapace di stabilità. Con “La Noia” lo spazio si restringe e si fa domestico, quasi asettico. Una brioche che non si riesce ad addentare diventa immagine concreta della paralisi interiore. La noia non è assenza di oggetti, ma incapacità di desiderarli. È la malattia del secolo radicalizzata: un’inerzia dell’anima che svuota ogni slancio. “L’Esilio” introduce la parola “casa” come miraggio. L’esilio qui non è geografico, ma ontologico. Il corpo sembra cercare un appoggio che non arriva mai, e il ritmo generato dalle parole suggerisce che l’unica dimora possibile sia il linguaggio stesso. È una tensione che resta irrisolta, coerente con l’impossibilità dell’Ideale.

Foto di Margherita Caprilli
In “L’Abisso” il danzatore pare generare la musica che lo guida. La vertigine nasce dall’interno. L’alternanza tra controllo tecnico e fluidità produce una tensione continua, quasi ipnotica. L’abisso non è un luogo esterno in cui si precipita, ma un movimento che cresce dentro e diventa ritmo. “La Ferita” introduce una dimensione più intima e disturbante. Comportamenti infantili e nevrotici, un volto truccato che altera l’identità, tacchi che cedono sotto il peso del corpo: tutto parla di una frattura. Non c’è moralismo, ma esposizione di una vulnerabilità che tenta di sostenere un’immagine e inevitabilmente fallisce. Con “Città Brulicante” lo spettacolo si apre a una dimensione collettiva. I personaggi finalmente interagiscono, si incrociano, si respingono. La città moderna prende forma non come fondale, ma come organismo vivo. Una coralità inquieta, fatta di esclusi, passanti, solitudini che si sfiorano senza salvarsi. È la poesia urbana della modernità che si traduce in relazione fisica. Infine, “Poiein”, il “fare”, si fa dichiarazione di poetica. L’idea che il pensiero nasca dalla parola – e non il contrario – restituisce la centralità del linguaggio in Baudelaire: creare forme significa creare visioni del mondo.
Lo spettacolo evita l’autoreferenzialità: tutto precipita nel degrado finale. La follia che invade la scena richiama la Révolte e l’invocazione a Satana, ultimo disperato tentativo di fuga. Quando svaniscono paradisi artificiali e amori proibiti, resta l’abisso, ma in quel caos emerge un’energia liberatoria, esposizione pura di una natura umana contraddittoria. Più che una semplice trasposizione, è una riscrittura che riconosce nella modernità di Baudelaire non un repertorio di temi oscuri, ma una domanda ancora aperta: come abitare il mondo quando la bellezza non salva, la città opprime e l’ideale resta irraggiungibile? In quella domanda, lo spettacolo trova la sua forza.
di Sara Chiarello
14-15 febbraio 2026 | Scenario Danza, Gentilezza
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regia e coreografia: Michela Lucenti | in scena: Maurizio Camilli, Giovanni Fasser, Michela Lucenti, Gianluca Pezzino, Emanuela Serra, Francesca Zaccaria | drammaturgia: Maurizio Camilli, Michela Lucenti, Emanuela Serra | progetto sonoro: Guido Affini | progetto luci: Stefano Mazzanti | consulenza spazio: Alberto Favretto | aiuto regia: Giulia Spattini | assistenza alla messa in scena: Jacopo Squizzato | collaborazione produttiva: Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Balletto Civile nell’ambito di CARNE focus di drammaturgia fisica





