L’ 1 e il 2 marzo è giunta al termine la stagione HI! con la duplice rappresentazione dello spettacolo Full Moon del coreografo serbo Josef Nadj e della sua compagnia francese Atelier 3+1.
La creazione si basa e sviluppa una ricerca già avviata in un’opera precedente, intitolata Omma. Quest’ultima analizza l’essenza del movimento e le origini della danza che, essendo nata insieme all’umanità, si configura al tempo stesso come una ricerca sulla genesi dell’universo.

In Full Moon troviamo in scena sette degli otto danzatori protagonisti di Omma, tutti provenienti da diversi paesi africani: Mali, Senegal, Costa d’Avorio, Congo, Burkina Faso. Il titolo della performance, in italiano “luna piena”, richiama alla mente il moto circolare che la luna compie orbitando attorno alla Terra, suddiviso in quattro fasi e complessivamente della durata di ventotto giorni. Come nel caso di questo satellite, qualsiasi elemento e dinamica nell’universo ha un inizio, uno sviluppo ed una fine. Quest’ultima non rappresenta necessariamente una conclusione ma, molto spesso, un nuovo punto di partenza, di rigenerazione, come nel caso della musica Jazz.
Josef Nadj studia la nascita e lo sviluppo di questo genere musicale riportando nella creazione le sue quattro fasi di sviluppo, richiamando quelle della Luna. Questa evoluzione musicale trova le sue origini nelle musiche tribali della tradizione africana, per poi passare al Blues e allo Spirituals approdando in conclusione al Jazz.

Il moto rotatorio della Luna non è presente solo in maniera allegorica nel contenuto tematico del lavoro, bensì anche da un punto di vista tecnico e pratico.
All’inizio della performance notiamo come la luce orbiti da un danzatore all’altro in maniera circolare, attirando l’occhio incuriosito del pubblico da un punto all’altro dello spazio scenico. Il disegno luci effettua un movimento continuo che ricorda quello della Luna che sorge durante la notte e tramonta all’inizio di un nuovo giorno. A loro volta, i sette danzatori illuminati a turno dalla luce calda del faro, compiono dei movimenti ripetuti, rotondi e circolari che non sembrano avere un inizio o una fine. Ad accompagnare questi movimenti si alternano ciclicamente la tradizionale musica afro e la musica jazz, sfumando l’una nell’altra attraverso delle transizioni tanto armoniche da non percepire quasi la differenza tra i due generi in quanto una antenata dell’altra.

Anche la struttura drammaturgica dello spettacolo è circolare per la ripetuta apparizione di un ottavo danzatore, nonché il coreografo stesso. Egli ha il volto coperto da un fazzoletto di stoffa. Lascia intravedere a chi lo osserva solo le mani e i piedi poiché interamente vestito di nero, al contrario degli altri personaggi che, invece, si presentano in scena a torso nudo. Il coreografo appare legato ai polsi, come un burattino, da dei fili immaginari manovrati da una figura secondaria invisibile. Quest’ultima impone su di lui dei movimenti meccanici, angosciosamente anonimi e privi d’identità, in antitesi con la qualità di movimento degli altri interpreti.

Durante tutto il corso dello spettacolo i danzatori non sembrano accorgersi della presenza del burattino se non nella sua ultima comparsa. Si avvicinano a lui sovrapponendo al fazzoletto che copre il suo volto una maschera, icona della cultura e della tradizione africana. Le maschere, infatti, venivano utilizzate tradizionalmente durante cerimonie e rituali proprio per mascherare l’identità di chi le indossava, permettendogli di personificare un dio o una forza naturale fungendo da tramite tra il mondo dei morti e quello dei vivi. In questo modo, dunque, l’inerte si incontra in maniera diretta con il vivente, ovvero coloro che avevano sprigionato fino a pochi attimi prima vitalità ed energia danzando.

Il pubblico assiste alla pura e massima espressione della musica e della danza tradizionale del popolo africano, caratterizzata da salti, isolazioni del petto, velocità nel muovere le gambe e soprattutto i piedi, seguendo perfettamente il ritmo della musica e del groove che protende verso il basso, in relazione col suolo. Gli occhi dei danzatori sono pieni di vitalità e si avvertono fortemente sincronia ed energia nel gruppo determinata dalla profonda connessione alle proprie radici e alla propria natura. Inoltre, la danza nelle comunità africane accompagnava gli eventi più rilevanti della vita, era quindi occasione di partecipazione collettiva.

Foto di Laurent Philippe

Durante lo spettacolo sono presenti anche dei momenti caratterizzati da un sarcasmo tagliente.
Un esempio è la scena in cui i sette personaggi iniziano a riprodurre con la voce una versione parodistica della propria lingua, sfociando persino in versi di animali. Il fine è quello di rappresentare l’immagine stereotipata della lingua africana, spesso fonte di scherno e discriminazione, diffusa nell’immaginario occidentale delineato dall’ignoranza.
Inoltre, alla fine della performance tutti i danzatori, dopo aver vestito della maschera la divinità-burattino, indossano delle maschere simili e, accompagnati da una canzone jazz, escono dalla scena salutando lentamente il pubblico con fare ironico, muovendosi sempre a ritmo di musica. Da evidenziare è la forma delle maschere che didascalicamente riproducono volti di scimmia. Il gruppo di “scimmie” inserito in questo contesto con l’aggiunta degli altri elementi e dinamiche nella scena, genera l’effetto desiderato, ovvero il riso e gli applausi del pubblico bianco. 

A questo finale non seguirà la tradizionale entrata di scena degli artisti durante gli applausi del pubblico per gli inchini.

Scelta stilistica o simbolica?

Full Moon è forse una semplice occasione per mettere in luce una cultura che l’uomo occidentale ha da secoli sfruttato e represso ma che sta alla base dell’intera umanità?

D’altronde la cosiddetta “Culla dell’umanità”, non a caso, è proprio l’Africa.

 

di Alice D’Urso e Alessia Macchiarella

 

Concept/Coreografia: Josef Nadj | Interpreti: Timothé Ballo, Abdel Kader Diop, Aipeur Foundou, Bi Jean Ronsard Irié, Jean-Paul Mehansio, Sombewendin Marius Sawadogo, Boukson Séré – Josef Nadj | Collaboratore artistico: Ivan Fatjo | Luci: Sylvain Blocquaux | Costumi: Paula Dartigues | Produzione, Diffusione: Bureau Platô – Séverine Péan e Mathilde Blatgé | Amministrazione: Laura Petit | Produzione esecutiva: Atelier 3+1






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