Soyez les Bienvenus e Les Noces di Emilio Calcagno sono lavori che non si guardano e basta, sono capaci di attraversarci lasciando dentro un ritmo, un’immagine, un’inquietudine riconoscibile. In scena non abbiamo visto una compagnia ma un progetto biennale di incubazione coreografica chiamato Yalla! Danse – creato da Calcagno insieme a Rosada Letizia Zangrí – che ha coinvolto un gruppo di venti danzatori e danzatrici provenienti dall’Algeria. Con loro siamo entrate in un universo che parla con la potenza e la delicatezza del gesto, dalla prospettiva di una cultura differente dalla nostra resa perfettamente conoscibile.

Soyez les Bienvenus | musica di Malik Djoudi
Sin dall’inizio si percepisce un’urgenza, quasi una necessità.
La scena iniziale è di quelle che restano particolarmente impresse nella memoria: sette danzatori uomini e una donna sono disposti in modo irregolare, come piccoli nuclei in attesa di una scintilla.
Poi un singolo interprete, sulla destra della scena, è illuminato da un occhio di bue che lo separa ma allo stesso tempo lo avvicina allo spettatore. La sua voce diventa un invito, un’apertura intima.
Le luci raggiungono, in seguito, quasi tutti gli interpreti e, uno alla volta, recitano frasi e parole in arabo, francese e in italiano. È come se ognuno portasse un frammento di pensiero, un pezzo di vissuto da restituire al pubblico. Il silenzio che segue non è vuoto ma uno spazio pieno nel quale le mani diventano protagoniste, soprattutto in relazione alla bocca, allusione alla necessità di “dire”.
Tutto sembra collaborare a un chiaro simbolismo che allude a qualcosa che si tenta di dire, si trattiene, si vorrebbe liberare.

Il solo che segue sembra incarnare una tensione crescente; il gruppo circonda il danzatore, come se volesse impedirgli di parlare creando una scena forte e di grande immediatezza emotiva.
Uno dei momenti più potenti è il grande loop di camminate e corse all’indietro che tagliano il lato orizzontale della scena, passi ripetuti in modo quasi ossessivo, maniacale. L’atmosfera si fa soffusa, sospesa, e la frenesia dei corpi disegna una scena che sembra riflettere un tempo interiore reso visibile.

Quando la musica incalza, i danzatori – con outfit casual caratterizzati da camicie coloratissime e dalle diverse fantasie – si muovono coralmente come a descrivere un mondo in continua oscillazione. L’unica danzatrice in scena emerge come figura centrale. Spesso da sola, viene trascinata in un vortice energico che si fonde a un un beat simile a un battito cardiaco. Quando altri danzatori la raggiungono, il suo corpo diventa territorio di influenza, manipolazione, dipendenza. Lei prova ad allontanarsi, ad ampliare lo spazio intorno a sé, ma ritorna sempre verso di loro. Una dinamica estremamente ordinaria, riconoscibile.

È evidente inoltre come, anche quando non agiscono, i danzatori osservino: non c’è mai passività, lo sguardo è sempre vivo, vigile, presente tra loro, responsabile della scena tanto quanto il movimento.

Colpisce un interprete, messo in rilievo dalla luce, che utilizza occhiali da sole su diverse parti del corpo come se coprissero occhi veri, e quando non li indossa sul viso tiene le palpebre chiuse. La sua presenza rompe l’uniformità e rappresenta quell’anticonformismo che spesso caratterizza la narrazione sulla gioventù. E poi arrivano le sacche-valigie. Una ad una, i danzatori le portano verso il proscenio, mentre al centro continua una frenesia incessante di movimenti.

Si dispongono tutt* in fila, percepiscono un groove comune, si lasciano trasportare – tranne uno, che resta seduto, immobile e che, infine, raccoglie tutte le valigie, le accatasta al centro e abbandona la scena.

Un’immagine semplice ma potentissima, capace di condensare la volontà – e la fatica – di uscire da un’omologazione soffocante.

Les Noces| musica di Igor Stravinskij
Les Noces è un viaggio nel rito, nella tradizione e nella complessità delle relazioni.
Interamente interpretato da dieci uomini, lo spettacolo affonda nel rituale della preparazione al matrimonio dell’uomo algerino, ma lo fa in modo tale da superare la cultura specifica e diventare universale.

I danzatori sono già in scena, vestiti allo stesso modo: completo nero e maglia bianca. La luce li avvolge appena, creando un clima di sospensione. Uno di loro osserva gli altri entrare, quasi a definire ruoli, energie, rapporti.
La tensione tra confronto e conforto è costante. Due coppie, con la sola gestualità, sembrano interrompersi reciprocamente, mentre dietro un danzatore tenta di salire sugli altri in un intreccio fisico che parla di potere e fragilità.
Il tocco, lo sguardo e l’intreccio dei corpi sono fondamentali: si percepisce una profondità identitaria, una fisicità che vuole dire più di quanto possa fare la voce.
Spesso la scena assume la forma di un grande cerchio, con un individuo o una coppia al centro: un’immagine simbolicamente potente, che evoca una comunità che osserva, sostiene o giudica. Una scena chiave vede gli interpreti divisi in coppie con gli occhi chiusi; uno di loro è a terra, immerso nel floorwork, mentre gli altri sembrano lottare per imporsi.
Subito dopo arriva uno dei momenti più intensi dello spettacolo: i danzatori attraversano lo spazio in fila e si tolgono la giacca. Non è solo un gesto estetico, ma un vero e proprio spogliarsi emotivo; da quel momento il lavoro cambia tono. Diventa festa: un matrimonio immaginario dove movimento, voce e risate si intrecciano in un caos controllato e vibrante.
Ritorna l’elemento del passaggio orizzontale nello spazio, frenetico e ripetuto, ormai percepibile come firma del linguaggio fisico del dittico.

A rompere questa euforia arriva un trio di uomini costantemente intrecciato, incapace di separarsi. È un’immagine poetica e dolorosa: legame, dipendenza, affetto, impossibilità di sciogliersi. Poco dopo il gioco del “tunnel” – un chiaro riferimento ai rituali di festa – prepara il terreno al finale. Con il rintocco delle campane, le coppie si scambiano, ridono, si sostengono, come in un rito collettivo che appartiene un po’ a tutti. E poi, improvvisamente, rimane un solo danzatore rivolto verso il pubblico, mentre tutti gli altri sono di spalle. Un’immagine che chiude perfettamente lo spettacolo: intima, sospesa, interrogativa.

L’impressione finale è quella di assistere a due lavori che dialogano non solo tra loro, ma anche con chi guarda. I temi – identità, collettività, tradizione, libertà – emergono con forza, senza mai essere raccontati in modo didascalico. Sono i corpi, e la relazione tra i corpi, a parlare.
Calcagno costruisce un linguaggio in cui ogni ripetizione, ogni corsa, ogni gesto trattenuto porta con sé una storia. Non c’è semplificazione, ma un profondo rispetto per la realtà da cui queste opere nascono.

 

di Daria Massa

15-16 novembre 2025 | Scenario Danza, Gentilezza

Pièce per 10 interpreti | coreografia di Emilio Calcagno in collaborazione con i danzatori | assistente alla coreografia: Rosada Letizia Zangrì | luci: Valentin Magnier | costumi: Emilio Calcagno

Leave a Reply

it_ITItalian