“Sperare potrebbe significare guardare la vita con gli occhi di un coreografo”
Editoriale di Roberto Zappalà
Oggi vi parlo come se parlassi a degli amici. Sì, perché in effetti ormai il pubblico che ci segue, sempre più affettuoso e fedele, per quanto numeroso, è diventato una vera famiglia. A dire il vero è un po’ troppo grande per riuscire a dedicare a tutti la stessa attenzione, ma noi siamo sempre pronti a curarne i desideri, le aspettative e l’accoglienza, con la speranza di potervi rendere felici, anche solo per un attimo.
Perché vi dicevo “vi parlo come a degli amici”? Perché parlare di speranza vi coinvolge tutti: sia il pubblico che ci segue, sia quello che un giorno ci seguirà, sia chi accoglierà le future proposte artistiche che vi verranno fatte da altri.
La testimonianza che più sintetizza questo pensiero l’ho vissuta in prima persona diversi anni fa nella mia versione da “contadino”, e si riassume in una frase (attribuita a Nelson Mandela o a un antico proverbio greco): “Piantare alberi alla cui ombra non siederemo”. Mi sembra l’espressione massima della speranza come contratto sociale.
La speranza è certamente sinonimo di ottimismo, un atteggiamento che sento mi appartenga e che molti mi riconoscono. Nel tempo, questo sostantivo ha assunto caratteristiche filosofiche, di solidarietà e di politica sociale che meriterebbero profondi studi. Un mix di brama, auspicio, fiducia… un’affascinante combinazione per un futuro positivo; un insieme di ottimismo e resistenza che ci aiuta a superare le sfide.
Il sociologo Zygmunt Bauman sottolinea, tra le tante, due diverse declinazioni:
“Speranza istituzionalizzata: promesse elettorali o retoriche che chiedono di “aver fede” senza offrire strumenti di partecipazione”.
“Speranza attiva: quella che genera organizzazione, mutuo soccorso e trasformazione delle strutture materiali”.
Spesso la speranza è vista come un sentimento privato, un attendere che le cose migliorino. Ma in un’analisi più attenta, che sfocia nella sociologia e nella filosofia, essa emerge come una forza straordinaria a disposizione dell’umanità, quantomeno nei campi politici e creativi.
Seneca riteneva che la speranza, pur dando conforto, sia legata all’attesa e quindi potenziale fattore d’ansia, ma aggiungeva che “è preferita alla paura, perché ci spinge ad affrontare la vita”. < Devo dire che non è un pensiero che mi appartiene del tutto >.In un’epoca dominata da una crisi totale — e non mi riferisco solo a quella climatica, ma alle incertezze globali — coltivare la speranza è “forse” un ingenuo atto di sopravvivenza, ma è “certamente” un dovere civico. Trasformare il timore di un futuro incerto in un progetto concreto, passare dall’“io” al “noi” come atto sociale, credo possa essere la linfa vitale e il respiro profondo della democrazia.
Ritornando al piantare alberi: quando sei certo di non vederli produrre frutti, ma sei sicuro che ne usufruiranno altri, questo mi sembra un sincero atto di speranza e di altruismo. La speranza come sensazione che ci permette di tenere insieme i pezzi di una comunità oggi un po’ disgregata; una forza motivazionale che spinge all’azione.
Lo vediamo anche in ambito urbanistico: la convinzione che, come abitanti di un quartiere, abbiamo il potere di influenzare il nostro ambiente. Biblioteche di quartiere, orti urbani, centri culturali e, chiaramente, i teatri fungono da “laboratori di speranza”. In questi luoghi la speranza cessa di essere astratta e diventa concreta attraverso la cura di un bene comune.
Una bella opera d’arte, un atto creativo, è un atto di speranza che genera un “effetto eco”, un’ispirazione per chi la guarda. Per chi crea — e io ne conosco la forza, lo stimolo, la gioia — un foglio bianco, una tela vuota, uno spartito bianco o una danza senza ancora i corpi, non sono un buco nero, ma lo spazio necessario dove scorgere e far nascere bellezza, senso della vita, futuro.
Una frase molto legata alla filosofia del Jazz dice: “la speranza creativa accetta l’imprevisto e lo integra nella melodia”. Accade anche nelle mie creazioni o in ciò che vi propongo in questa stagione; può capitare un’imperfezione, ma è dentro l’inciampo e dentro la tensione dell’imperfezione che si nutre la speranza.
A questo punto, citare un visionario artista a tutto tondo mi sembra appropriato: “Quando la speranza creativa diventa collettiva, nasce quella che Joseph Beuys chiamava scultura sociale”. Aprire un teatro, un museo, una scuola, dipingere un murale nelle periferie abbandonate, può quindi essere considerata un’opera d’arte? Beh, certamente.
Se il teatro abita la città, la danza ci ricorda che la città è fatta di corpi in movimento.
Se si dovesse attribuire una “paternità” concettuale a questo legame, il candidato più vicino sarebbe Erich Fromm, secondo cui “la creatività e la speranza sono i due pilastri della libertà contro l’alienazione”.
Esiste un legame profondo tra la speranza e la danza: entrambe si allontanano dall’immobilità. La speranza nella creatività ci invita a non restare fermi a guardare il vuoto cercando di riempirlo, ma a trasformare lo spazio che ci circonda. Significa vedere lo spazio vuoto come un palcoscenico pronto per essere abitato; significa guardare i corpi stanchi e immaginare per loro un nuovo movimento. La speranza scrive i passi fidandosi che il corpo troverà l’equilibrio per eseguirli. La speranza è l’intelligenza coreografica che accetta l’inciampo. Intrecciare Bauman, Beuys, il Jazz o l’agricoltura per unire la danza con la speranza è per noi un ibridazione culturale necessaria. Significa rivendicare che la danza può avere lo stesso peso intellettuale, politico e sociale della grande filosofia o della sociologia urbana.
Così, dopo molte citazioni colte, mi piace concludere con una massima popolare, perché in fondo “popolari” vogliamo sempre essere: “La speranza è l’ultima a morire”.
Buona stagione.






