Da queste contrapposizioni si crea una dialettica che evoca e produce, attraverso il movimento, una tensione delicata e una ricerca incessante; un’aspirazione verso un altro da sé, concreto e metafisico, una trascendenza verso il sacro e lo spirituale.
La semplicità e il rigore del dispositivo scenico fa da catalizzatore alla partitura coreografica che agisce per polisindeti come nella composizione poetica francescana.
I “laudato sì…” di San Francesco sono per Zappalà rivolti alle parti del corpo: i gomiti, le ginocchia, i polsi, il collo, le caviglie, le dita… in una liturgia coreografica che parte dal suo linguaggio codificato, MoDem, per poi liberarsene ed “esplodere.
Sempre in Zappalà come, si parva licet in Francesco, si propende per il rapimento e l’estasi piuttosto che per i contenuti dottrinali e l’enunciazione speculativo-filosofica, consapevoli, come ci ricorda Wislawa Szymborska, che in questa balera che è la terra, tutti “siamo ospiti speciali e distinti e balliamo al ritmo dell’orchestrina locale”.